Anche i giornalisti devono campare. Caro Barisoni ti scrivo.


Ogni volta che ne ho la possibilità, quindi abbastanza spesso considerando il lungo tempo trascorso in auto, mi sintonizzo su Radio24, dove apprezzo molto le trasmissioni di Oscar Giannino, Sebastiano Barisoni e Alessandro Milan, forse perché con le loro informazioni sulla realtà quotidiana continuano ad alimentare la mia rabbia per un Paese sempre più in declino.
Qualche giorno fa stavo in effetti ascoltando l’introduzione di Focus Economia da parte di Sebastiano Barisoni, quando l’ho sentito anticipare che avrebbe approfondito la correlazione fra l’evoluzione della spesa dei viaggi d’affari con l’andamento del PIL.

Lo stupore è stato ovviamente enorme, non solo perché del segmento Business Travel in Italia si parla veramente poco, nonostante dimensioni non indifferenti e players multinazionali, ma anche perché i numeri del settore sono spesso sconosciuti agli stessi operatori, per cui ero molto curioso di capire quale fosse la fonte del giornalista.
Pochi minuti ed ecco la sorpresa: la fonte era nientepopo’dimeno che la survey annuale sul Business Travel di Uvet/Amex, raccontata in diretta dal suo Presidente, Luca Patanè.
A quel punto tutto si è fatto chiaro ed ho capito che, in fondo giustamente, anche i giornalisti devono campare e per questo devono essere pronti a scendere a compromessi con chi contribuisce ad aumentare il loro reddito. Magari però un po’ di onestà intellettuale non farebbe male.
Dato che non vorrei che qualcuno pensasse ad un mio attacco di gelosia (please…), andiamo per gradi, così forse diamo qualche spunto di riflessione anche al buon Barisoni, in modo da consentirgli di fare errori meno marchiani la prossima volta.
Il segmento dei viaggi d’affari (Business Travel – BT) non ha fonti ufficiali e attendibili. Ma in genere il settore del turismo ha difficoltà a costruire report consistenti sulle sue dimensioni e sugli andamenti.
Esistono tantissime fonti (tutte le principali Travel Management Company mondiali e nazionali, nonché tutte le associazioni ed i consulenti del settore, fanno le proprie survey), ma nessuna può essere considerata attendibile ed un giornalista serio dovrebbe saperlo prima di utilizzarle e diffonderle.
I motivi per cui i numeri del settore non sono attendibili sono vari, proviamo a sintetizzare qualche concetto.
Il segmento dei viaggi d’affari può essere diviso in due grandi fasce, le PMI e le grandi aziende. Se per le seconde si potrebbe riuscire ad aggregare qualche numero unendo i dati (interni, non ufficiali, ndr) di tutti i principali operatori di business travel (una decina circa faranno intorno all’80% di quota di mercato di questa fascia, per una empirica applicazione di Pareto), per le PMI qualsiasi aggregazione sarebbe fantasiosa, perché la loro gestione dei viaggi d’affari è estremamente frammentata: dalle grandi TMC alle piccole agenzie di viaggi (ce ne sono ancora diverse migliaia in Italia), dalle OLTA alle prenotazioni dirette sui siti dei fornitori di base (Aerei e hotel). Ora, dato che il tessuto economico italiano è formato per lo più da PMI, mi deve spiegare il buon Barisoni come può essere attendibile un dato che non le tiene in adeguata considerazione.
Non solo, una survey focalizzata sulle grandi aziende dovrebbe comunque tenere in considerazione i dati provenienti da tutti i principali player (almeno la decina di cui sopra), perché nessuno ha quote di mercato così alte da rappresentare un campione significativo. Siccome le survey fatte dalle varie BCD Travel, Uvet/Amex, Carlson Wagon Lits, Cisalpina si basano invece per lo più sui dati interni, è evidente che le stesse non possono essere considerate attendibili. Peraltro, nel puro Business Travel, i primi tre player sono molto vicini in termini di clienti e fatturato, per cui è pure falso dire che Uvet/Amex sia leader.
Ci sono poi le survey fatte dai vari osservatori, associazioni e consulenti, che quando possono si spacciano per super guru del settore. Teoricamente queste survey dovrebbero essere più attendibili perché elaborate sui dati pubblici degli operatori del settore, ma è pura teoria per tre motivi:
• le vendite di un’agenzia di viaggi possono essere contabilizzate in varie modalità (intermediazione, 74/ter, compravendita) e la scelta effettuata ha grande impatto sui bilanci delle agenzie stesse. Senza addentrarsi troppo sui tecnicismi, facciamo un esempio banale. Un biglietto aereo (ma vale anche per hotel, car, ecc.) da 1000 euro venduto in intermediazione non compare nel bilancio dell’agenzia (se non per le commissioni e fee), mentre vi compare in caso di registrazione in compravendita e 74/ter. Ciò significa che due agenzie di identiche dimensioni ma con scelte contabili differenti hanno un valore ufficiale di fatturato nel bilancio totalmente differente. Per poter quindi estrapolare dati congrui per un’analisi seria del settore, bisognerebbe leggere in dettaglio le varie relazioni sulla gestione o note integrative accompagnatorie dei prospetti di bilancio, sperando però che vi siano riportati i dati di interesse (non obbligatorio).
• Quasi tutti gli operatori, inclusa la Uvet/Amex che piace così tanto a Barisoni, sono diversificati in vari segmenti del travel, ovvero anche nel turismo outgoing, ultimamente nell’incoming, sicuramente nel Meeting&Incentive e il breakdown dei risultati complessivi dell’azienda non sono mai esplicitati così chiaramente. Quindi i bilanci degli operatori non sono significativi rispetto ad un singolo segmento.
• In Italia ci sono ancora oltre 10.000 agenzie di viaggi, buona parte delle quali opera anche nel segmento del business travel verso le PMI. Come detto sopra, non considerare la spesa per viaggi d’affari delle PMI in Italia è sbagliato, quindi qualsiasi survey basata sui dati pubblici degli operatori dovrebbe analizzare un campione significativo delle 10000 agenzie. Auguri.
Qualcuno potrebbe dire che si potrebbero utilizzare i dati della IATA/BSP per fare delle elaborazioni e in effetti questi sono attendibili, nel senso che indicano precisamente quanta biglietteria aerea è venduta e/o volata in un Paese. Ci sono solo tre problemi nel basarsi sui dati IATA:
1. non considerano i voli low cost e dato che oggi Ryanair ed Easyjet sono più grandi di molti vettori tradizionali, è evidente che comincia a mancare un pezzo importante della base dati
2. non sono in grado di distinguere fra un biglietto emesso per viaggi d’affari ed uno emesso per vacanza. Ergo non si può parlare specificatamente di andamento del comparto business travel
3. Il solo trasporto aereo non è significativo rispetto alla spesa per viaggi d’affari complessiva (treno, hotel, autonoleggi, auto aziendale, ecc.)
Infine, parliamo della correlazione fra andamento dei viaggi d’affari e PIL. Mi pare di un’ovvietà pazzesca.
Le spese di viaggio di un’azienda sono fra le prime ad essere tagliate in tempi di crisi (non core business, è un po’ come la cancelleria, indispensabile ma sacrificabile quando necessario). E sono le prime a riprendere quando l’azienda investe per lo sviluppo commerciale, ovvero quando l’economia riparte o sta per ripartire.
Per cui le due curve si sovrappongono.
Ora, tutte queste informazioni sono di facile reperimento sul mercato, per cui stupisce che un giornalista preparato come Barisoni possa cadere in errori di valutazioni o ovvietà così evidenti. Peraltro se avesse avuto la decenza di andare a vedere le previsioni delle survey precedenti di Uvet/Amex avrebbe anche scoperto che sono talmente inattendibili da sbagliare esattamente come le sparate di Renzi sulla crescita della nostra economia (avevano previsto un aumento dell’1% di PIL per il 2014….)
Allora forse va applicata la vecchia teoria di Andreotti, ovvero che a pensare male si farà peccato ma spesso ci si azzecca.
E allora ti viene in mente che il buon Barisoni è stato ingaggiato per fare il moderatore nel dibattito di apertura del Biz Travel Forum, guarda un po’ organizzato proprio da Uvet/Amex di cui mr. Patanè è il Presidente.
E allora pensi che forse forse nel contratto di ingaggio per il Biz Travel Forum c’era anche la marchetta dell’invito radiofonico ad una trasmissione ben conosciuta. Certo, rimane il dubbio se Confindustria fosse a conoscenza di questo simpatico scambio, soprattutto considerando che Patanè è anche il presidente di un’associazione travel di Confcommercio.
Insomma, se non fosse perché anche i giornalisti devono campare (però un po’ di dignità non farebbe male anche a loro), ci sarebbe da ridere. O da mettere le #manisulvolante.

2 risposte a Anche i giornalisti devono campare. Caro Barisoni ti scrivo.

  1. Donella scrive:

    Grazie, Davide!

  2. max rocca scrive:

    come sempre molto chiaro ! (e questo non guasta mai) e diretto. Un analisi semplice ma direi veritiera.
    Ma d’altronde anche il settore turismo rispecchia quello che è il nostro paese.
    grazie
    max.
    p.s. complimenti per la video-intervista rilasciata ad Amadeus, molto chiara ed esaustiva.

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