Genova-AMT, storie italiche ordinarie


La recente vicenda dell’AMT, fatta di scioperi selvaggi, città bloccate, cittadini lesi nelle loro libertà di base, proiettili inviati, ecc., mi ha lasciato un’amarezza profonda, dando il colpo di grazia a quel barlume di speranza che ancora potevo avere per il futuro dell’Italia.
La storia dell’AMT è sicuramente complessa, al pari delle altre centinaia società municipalizzate o comunque pubbliche (dalle più piccole alle più grandi, come la RAI), ma l’insegnamento che dobbiamo trarne è duplice: da una parte l’ennesima prova dell’incapacità dei gestori della cosa pubblica, sempre in balia di chi grida più forte, dall’altra la consapevolezza che il problema del nostro Paese sta in ciascuno di noi, troppo occupato a proteggere un giardinetto curato con i soldi dei vicini.

Al pari di tanti altri casi arcinoti nelle singole realtà locali, sicuramente anche l’AMT può vantare una storia di ruberie ed elargizioni fornite agli incapaci manager che negli anni si sono susseguiti, forti delle protezioni dei politici/ potenti di turno.
Ma è altrettanto indubbio che, negli anni, anche gli italiani “onesti”, quelli teoricamente oppressi, hanno beneficiato dell’inefficienza della gestione pubblica, in molti modi: dalle assunzioni facili chieste al conoscente di turno per il parente di vario grado senza lavoro, ai benefici di contratti inesistenti nel settore privato, dallo scarso o nullo interesse per i concetti di efficienza, meritocrazia e produttività che dovrebbero essere la norma di qualsiasi impresa, alla possibilità di gestirsi, grazie a orari favorevoli, doppi lavori chiaramente remunerati in nero.
Tutti noi, che abitiamo in provincia, sappiamo perfettamente e conosciamo perfettamente le inefficienze che si annidano dietro le centinaia di sigle che identificano le società pubbliche locali: trasporti,acqua, gas, immondizia, ecc.
Eppure, quando arriva il momento di prendere il toro per le corna, ecco che torna la vecchia abitudine di pensare che qualcuno deve pagare, ma certamente il mio vicino di casa e non io.
Le perdite di queste società sono imponenti e dovrebbero essere corrette applicando i principi di una sana e redditizia gestione di impresa, che non può ignorare la necessità di rendere produttive ed efficienti anche le singole unità produttive, con inevitabili conseguenze sui posti di lavoro, e non solo la fascia direzionale.
Rifiutare questo principio di base significa non voler capire che il cambiamento del Paese deve passare dal cambiamento delle nostre vecchie e cattive abitudini.
La mancata privatizzazione o presunta tale dell ‘ATM significa rimanere ancorati al pessimo obiettivo del posto fisso di lavoro, quello che porta a tenere in piedi società anche quando non dovrebbero per le perdite senza fondo che generano e tutto grazie alla filantropia del popolo italiano.
Perché di questo sì tratta: i milioni di perdite delle cattive gestioni pubbliche vengono sostenute con i soldi di tutti noi, peccato che nessuno ci abbia mai chiesto se vogliamo farla, questa beneficenza.
E scommetto che gli stessi camalli sono capaci di lamentarsi degli sperperi di Alitalia, come se ci fosse qualche differenza con la loro realtà.

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