Enit e il miraggio del turismo salva Italia


Ho dovuto decantare a lungo prima di decidermi a condividere l’ennesima delusione per una classe politica ed amministrativa che tanto promette e nulla fa, semplicemente perché non è capace di fare.
Sono anni che sentiamo inneggiare al turismo come uno dei settori che maggiormente può contribuire alla ripresa economica dell’Italia e siamo tutti d’accordo, perché la ricchezza geografica e culturale del nostro Paese è evidente e non discutibile.
Basterebbe gestirla e valorizzarla; il mondo sarebbe già pronto a premiarci.
Eppure, anche nell’ultimo Country Brand Index 2012-2013 l’Italia continua il trend apparentemente inarrestabile di caduta, passando dal 12° al 15° posto, in una classifica guidata da Svizzera, Canada e Giappone, ovvero nazioni molto belle ma alle quali solo una cosa abbiamo da invidiare: la serietà, professionalità, etica, senso del dovere della classe politica (anche se il governo è sempre lo specchio del popolo che lo elegge).

Purtroppo, a differenza di qualche altro settore dove la maggior indipendenza dei privati può sopperire alle inefficienze del pubblico, lo sviluppo del nostro turismo incoming e la possibilità di valorizzare il nostro Paese all’estero dipendono esclusivamente dalle scelte istituzionali di chi, a partire dal Ministero del Turismo per scendere a tutti i livelli locali di coinvolgimento della Pubblica Amministrazione, deve decidere ciò che è pane quotidiano per la vita di impresa: la mission, gli obiettivi, le strategie e le azioni da applicare per quadrare il cerchio.
Brand, investimenti infrastrutturali, controllo qualità, SWAT marketing (social, web, advertising, territory) devono essere pianificati e coordinati in modo da massimizzare il ritorno atteso, misurabile sostanzialmente con l’andamento dei flussi turistici.
Chi dovrebbe pianificare tutto ciò? Il Ministro del Turismo? Teoricamente sì, se sapesse di cosa si sta parlando. E chi dovrebbe implementarlo? L’Enit? Potrebbe essere una soluzione, ma non questo Enit.
Non l’Enit che organizza la partecipazione all’EIBTM (una delle fiere più importanti a livello mondiale per l’incoming del segmento MICE-meeting, incentive, congressi ed eventi) dimostrando pochezza di idee oltre che, probabilmente, di mezzi.
Tutti sappiamo che uno dei problemi di base per il turismo è la frammentazione del portafoglio pubblico a livello regionale, con conseguente impossibilità di coordinamento dell’immagine e massimizzazione degli investimenti; se però tu Enit decidi di partecipare ad un evento importante come l’EIBTM, vuol dire che i finanziamenti li hai trovati e allora devi dimostrare di saper fare le cose per bene, con professionalità.
Lo stand Italia in fiera era uno dei più brutti, un’accozzaglia insulsa di piccoli operatori, senza alcuna strategia di marketing per la valorizzazione del Paese.
Il paragone con tutti i Paesi anglosassoni in primis era deprimente. Vedere la bellezza e professionalità dello stand della Norvegia e paragonarlo al nostro è stato umiliante.
“Powered by Nature”, questo era il claim norvegese. Ho paura che il nostro possa ormai essere solo “Powered by God, destroyed by Italians”

2 risposte a Enit e il miraggio del turismo salva Italia

  1. Marta Panfili scrive:

    Il problema è che non si vive di solo turismo. I lavoratori italiani devono prima di tutto avere posti di lavoro conciliabili con le esigenze di una famiglia, in cui i bambini restano a casa da scuola la domenica, almeno per tutto agosto non vanno a scuola, escono di scuola alle ore 13, se va meglio alle 16. E con uno stipendio medio di 1.000 euro al mese (che nel turismo significano almeno 250 ore di lavoro mensile), di sicuro uno non ci paga la baby sitter. Nel turismo ci lavorano i ricchi proprietari, i ragazzini mantenuti che si spendono i 4 soldi guadagnati in aperitivi e telefonino alla moda, stranieri che accettano 3 euro l’ora (tanto poi d’inverno tornano ai loro paesi e ci vivono da signori comunque, oppure passano i mesi freddi delinquendo o facendo la fila alla Caritas), oppure poveri sfigati che a 40 anni non hanno figli né mutui, e vivono tra un lavoro e qualche scopata con chi capita. La ricchezza vera è creata dalla produzione, non dal turismo. Ormai parlano di turismo anche le località più orrende, come una mignotta che non avendo altro su cui puntare, si mette un rossetto volgare e si mette a urlare le proprie antiche, semmai esistite, bellezze. Qui dalle mie parti, solo allontanandoci dagli stupidi paesi “a vocazione turistica” si trova qualche annuncio di lavoro, qualche possibilità di sopravvivenza. Il resto? UN tumore, e basta, che incancrenisce sui paesini vicini, togliendo fabbriche, agricoltura, possibilità di una vita dignitosa per le famiglie (i single poi hanno già fatto la loro scelta di vita inutile e possono anche lavorare gratis, tanto altro comunque non hanno). La ripresa non parte dal turismo, anzi, il turismo è una piaga da combattere. Marta Panfili (perito tecnico per il turismo, Università di Udine facoltà di lingue e letterature straniere e Università di Gorizia facoltà magistrale di comunicazione integrata per le imprese e le organizzazioni, oltre che 25 anni di lavoro di cui la metà nel commercio e turismo, poi ho deciso di dare un senso alla mia vita), come vedete, qualcosa di turismo…lo so. Mandi!

  2. Davide Rosi scrive:

    Cara Marta,
    questo blog accetta le opinioni di tutti, per cui pubblico con piacere il suo commento, senza che questo significhi essere d’accordo.
    Anzi, il contrario.
    Non tanto per chi lavora sul turismo, ma per l’idea che questo settore non possa produrre ricchezza.
    Il fatto di avere una classe politica inetta e incapace non può influenzare la valutazione di ciò che davvero l’Italia avrebbe potuto fare sviluppando adeguatamente il settore turistico.
    Tanti altri paesi meno “ricchi” di noi geograficamente e culturalmente hanno ottenuto molto di più, per cui non diamo al settore le colpe che sono solo nostre per essere rimasti sudditi per decenni, non più di una monarchia ma di pochi incapaci, che è peggio.
    Poi, probabilmente questo non avrebbe salvato il degrado di una civiltà, ma questo è un altro discorso, filosofico e non industriale.
    In bocca al lupo

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