Digital generation


Oggi ospito con grande piacere, anche perché a sua insaputa, il post del Triso, alias duepuntozero, che ho avuto come collega fino a non molto tempo fa ed ho apprezzato per una brillantezza mentale (quella fisica non mi è per fortuna data da conoscere) eccellente e per una personalità fuori dagli schemi e pertanto dotata di quella leadership naturale che vorrei sempre vedere in azienda.

Il post del Triso porta a due riflessioni filosofiche particolarmente complesse: una sul ruolo dei genitori nel mondo 2.0 e seguenti, l’altra sull’educazione dei ragazzi e la presunta perdita, insieme alla cultura, dell’infanzia di una volta, con tutte le conseguenze che la veridicità di questa affermazione si porterebbe dietro.

Essendo papà, è inevitabile che entrambi i temi mi siano particolarmente a cuore.

Sul primo ed in particolare sul problema del divario tecnologico generazionale, posso ritenermi sufficientemente fortunato, avendo discreta dimestichezza, per piacere personale, delle materie tecnologiche. Sufficientemente però, perchè il punto vero è che la velocità di evoluzione tecnologica e l’esigenza sempre maggiore del multitasking rendono improbo il compito di tenersi aggiornati. Web, social network, tv digitale, streaming, sling box, medley, torrent, smartphone, notebook, netbook, geolocalizzazione, gps, foto, filmati, fibra ottica, SSD, wi-max, adsl, hdspa, … si potrebbe scrivere un Bignami solo di termini di cui devi acquisire familliarità se vuoi capire di cosa i tuoi figli stanno parlando o parleranno. Il tutto senza dimenticare il tuo lavoro, che, solo se sei fortunato, ti consente aggiornamenti tecnologici ongoing.

Ma se non lo fai, come ben evidenzia il Triso, ti mancherà sempre la capacità di dialogo su alcuni fra gli argomenti più interessanti per le nuove generazioni. Nella nostra fanciullezza e adolescenza, i conflitti generazionali erano molto più filosofici e/o caratteriali, mentre difficilmente si potevano trovare argomenti in cui la preparazione dei figli fosse superiore a quella dei padri. Oggi si rischia il contrario, per cui al normale contrasto generazionale si somma un linguaggio differente che, ponendo il figlio in posizione di superiorità, rischia di creare un distacco incolmabile, superabile solo con una capacità relazionale e di leadership naturale da parte dei genitori tutt’altro che facili da trovare.

Il secondo tema è ancora più complesso e, peraltro, neanche troppo nuovo in alcune sue fobie (vedi il post di Roberta Milano). Certo, il fenomeno non va sottovalutato, ma il Triso che è un sostenitore dell’Ipad, come fa a sapere che il quindicenne sul suo Ipad o smartphone non stia leggendo un libro? Ed è davvero un problema se nel tram cazzeggia con i compagni organizzando il day-off? Nella nostra gioventù gli autobus per andare a scuola erano un’occasione per divertirsi e broccolare, non si vedeva praticamente nessuno leggere e quando si marinava si andava a giocare a biliardo…

Però i libri li leggevamo. Allora il punto è, forse: ma che vita fanno i ragazzi di oggi? E noi, davvero lo sappiamo?

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3 risposte a Digital generation

  1. Max Trisolino ha detto:

    Non sono padre, però zio sì: di 5 fantastici nipotini. Ho raccontato delle perplessità nel post, tantissime cose che vedo/sento stando a contatto anche con i giovanissimi. Insomma, non sottovalutiamo l’argomento, ma affrontiamolo senza timore. Tra 10 anni (forse) parleremo di un’altra storia.

    (grazie della sorpresa).

  2. Luca ha detto:

    Argomento interessante, senza dubbio, che stimola moltissimi pensieri, ma è un po’ come ragionare sui massimi sistemi… Penso che il comportamento online di un adolescente rispecchia in fondo il comportamento che ha nella vita reale. Sono convinto che se a uno piace leggere un libro di carta, gli piacerà leggerne anche uno virtuale. E se uno è abituato a trastullarsi dalla mattina alla sera durante il giorno lo farà anche online. Se da piccolo stavi troppo tempo a giocare a “campana” in mezzo alla strada, nonostante ci sembri molto più “sano”, tua madre ti ammoniva almeno tanto quanto lo farebbe ora se stai attaccato alla tv o al pc. E tantopiù non ricordo mio padre essere mai intervenuto in un’agitata discussione tra me e i miei amici mentre dibattevamo su quale, tra i protagonisti del nostro videogioco preferito, fosse più forte.
    Detto questo il ruolo dei genitori, da parte mia, deve rimanere focalizzato sui valori fondamentali, sul rispetto, sull’importanza delle relazioni, incitando alla curiosità e a scoprire ciò che è nuovo e stimolante.
    I giovani piuttosto dovrebbero tramutare questa presunta “superiorità” – come la chiamate voi – in un modo per rendersi ancor più responsabili e consapevoli della fortuna che hanno tra le mani. Da questo punto di vista il ruolo della scuola è sì tremendamente importante…(e ahimè al pensiero mi tremano un po le gambe…)

  3. Davide Rosi ha detto:

    Caro Luca, tutto vero ciò che dici, anche se ho due piccoli commenti:
    1. chi fosse il più forte dei videogiochi non presuppone conoscenze tecniche, è un po’ come il dibattito, ai miei tempi, se era meglio Tex Willer, Kit Carson o Zagor… Al limite abilità tecniche, ma anche noi avevamo il ping pong o il biliardino
    2. purtroppo, come si può già capire dal primo punto, ho come l’impressione di essere di un’altra generazione, nonostante i vani tentativi di rimanere giovane …. sigh..

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