Un business dal nome CSR


Quanto è reale che i consumatori siano disposti a pagare prezzi più elevati come corrispettivo di prodotti e servizi realizzati da aziende CSR (Corporate Social Responsibility) oriented?
Secondo un sondaggio presentato da Lifegate durante lo IAB (Interactive Advertising Bureau), da poco concluso a Milano, l’85% dei consumatori è disposto a pagare il 10% in più per prodotti che rispettano la società e l’ambiente.

Un sondaggio che mi porta a pensare due cose:

– la dichiarazione di volontà degli intervistati corrisponde poi con il reale comportamento d’acquisto?
I dati presentati ancora come attuali, nonostante il rapporto si riferisca al 2005, non trascurano la crisi economica che ha coinvolto il pianeta?

E ancora aggiungo, se la % di consumatori, disposti a sostenere costi più ingenti, fosse così elevata, sui banchi della distribuzione organizzata non dovremmo trovare interi scaffali con beni etici?

Dopo qualche spunto critico, mi piacerebbe condividere una riflessione sulla complessità di adottare la politica di CSR come strategia di business. Sì, perché divenire completamente CSR oriented significa definire un nuovo assetto organizzativo, significa coinvolgerne tutti i suoi pubblici (portatori di interesse in primis, capitale intellettuale, fornitori e clienti), modificare alcune delle strategie commerciali e di conseguenza, significa aumentare i prezzi dei propri manufatti o servizi, per far fronte all’incremento dei costi che questa nuova politica imporrebbe. La leva del prezzo, dunque, subirebbe necessariamente un’ascesa per garantire agli stakeholders la massimizzazione dei profitti, come d’altronde la natura di ogni impresa commerciale prevede.

Nike, Sturbuck’s e Shell sono divenute CSR oriented per fare fronte ad una situazione di crisi che rischiava di compromettere la loro brand reputation e per fare ciò hanno dovuto investire ingentissimi capitali.
Ora è abbastanza comprensibile perchè buona parte delle aziende, pur dichiarando di essere  CSR oriented, in realtà partecipino solo a singole iniziative, frutto di una tattica legata ad un ritorno di visibilità immediata, piuttosto che di una sistema parte del piano strategico di business.
Traslando questa situazione nel mercato del travel – con particolare riferimento all’intermediazione turistica e alla gestione dei viaggi di lavoro – dove a fronte di volumi d’affari talvolta elevati la redditività risulta esigua, si comprende il prevalere di un modello di CSR informale, ma avremo occasione di riparlare anche di questo.

Chiudo con un’ultima riflessione su quello che dovrebbe essere il partner più indicato ad accompagnare le aziende lungo il cammino della politica CSR: se la logica della massimizzazione del profitto e del contenimento dei costi è riconducibile ad ogni impresa commerciale, forse la partnership migliore dovrebbe essere con una ONLUS.
Sicuramente un’associazione saprebbe far cadere l’accento solo sulla tutela e lo sviluppo dell’ambiente e delle sue risorse, senza dover fare i conti con i risultati economici.

Sabina Dascoli
Divisione Marketing BCD Tavel
Responsabile CSR program

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